“Come fanno a trovare una strada loro se non si conoscono? Come possono trovare il proprio senso se non sanno neanche dove cercare?”

STELLA MADRE

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Autore:

Federico Pasqualoni

Ex Atleta Pro. e Ideatore Pais

Tempo di lettura: 8 minuti

Pubblicato il: 12 marzo 2026

© 2026 Pais – Tutti i diritti riservati.

La crisi dell’interiorità sullo 
sfondo della crescita giovanile contemporanea

Il discorso è grande e complicato, ma potrei provare a descrivere questa crisi come quella condizione in cui diventa faticoso trovare tempi e spazi per entrare in contatto con la parte profonda di noi stessi.
Una condizione che la nostra società conosce molto bene e che ha molto a che fare con il vissuto sportivo dell’atleta. Perchè? Diciamo che di base, anche senza saperlo, ogni cosa della vita subisce l’influenza di questo nostro modo di essere.
Con i percorsi dei ragazzi e quindi anche con l’esperienza sportiva il collegamento è forte. Ed è fortissimo il ruolo che può giocare lo sport nel combattere questa crisi. E’ per questo che un contenuto di questo tipo non è fuori dai temi Pais, ma anzi ci porta dentro alla tendenza sociale che fa vivere in modo limitato i percorsi e che crea un significato sbagliato al successo sportivo giovanile. E’ proprio nel fatto che lo sport possa combattere questo modo di essere che trova le fondamenta il progetto educativo Pais.

 

Crisi dell’interiorità: il concetto, le cause e le conseguenze

La crisi dell’interiorità si riflette in una difficoltà nel vivere la vita in modo autentico.
Di base quando ci accade qualcosa di importante che ci catapulta giù davanti alle porte dell’interiorità, non avendo né la chiave per aprire e nè il tempo e la capacità di cercarla, facciamo finta di niente, e ce ne torniamo su in superficie.
Ma dietro a quella porta, cosa c’è? Ci verrebbe da dire niente di importante, soprattutto perché in fondo vediamo che la vita delle persone va avanti senza troppa attenzione a tutto questo.
Ecco, è vero: avere a che fare con lo spazio interiore non serve ad andare avanti. Ma siccome determina il modo in cui lo facciamo, direi che dietro quella porta c’è un tesoro inestimabile.
È lo spazio dei desideri, delle passioni, delle idee, delle inclinazioni e dei potenziali solo e soltanto personali. Elementi che restando al livello della persona, rappresentano l’essenza delle nostre identità personali.
Ma perchè è così difficile accedervi? Forse è perchè siamo distratti!
Effettivamente, è sempre su qualcosa che è al di fuori di noi che investiamo pensieri ed energie, visto che abbiamo sempre tra le mani la vita degli altri, infinite informazioni, e nuove cause da sposare.
Oppure la causa sta in una società che ci dice di dedicare tempo e attenzioni prima di tutto a ciò che produce dei risultati economici o che fa migliorare il proprio posizionamento sociale. E solo poi, se rimane qualcosa, si possono dedicare al proprio vivere.
Sembra che sia più importante cosa facciamo rispetto a chi siamo, no? E quindi una volta raggiunto un certo status sembra che non ci sia altro da chiedere al proprio viaggio.
Oppure, ancora, non viviamo in modo autentico perché l’autenticità non è così importante per noi. Si può pensare questo perché nasce una nuova intelligenza che minaccia di sostituire le nostre funzioni, e noi chiediamo al chatbot di pensare per noi, creare al posto nostro, o addirittura di avere un dialogo su cose importanti.
È come se nel sostituire il naturale con l’artificioso non ci sia niente di male; sta mancando proprio la cura di tutto ciò che è umano.

Dai, diciamo che il motivo non è uno soltanto. La cosa certa però è che è difficile pensare di poter vivere in modo autentico se non entriamo mai in questo spazio interiore.
E quindi nei percorsi che facciamo diventa anche molto difficile riconoscere e apprezzare cosa ci stanno dando in positivo o in negativo. Rimanere fuori da quello spazio profondo significa restare in superficie, andando avanti senza chiederci chi siamo nel mentre, e quindi senza neanche poterci chiedere chi sono gli altri.
La realtà è che in tutto quello che facciamo, anche quando non lo sappiamo a livello consapevole, ciò che cerchiamo profondamente e che ci fa muovere è il senso. Entrare e toccare l’insieme di quello che c’è dietro la porta significa avvicinarsi a dare un senso a ciò che viviamo.
Restare fuori invece, significa correre il rischio di cercare in qualcos’altro o in qualcun altro il senso che non troviamo in noi. Significa trovarlo in un’identità professionale o sociale, in una falsa idea di sé, o in un rapporto di qualsiasi tipo che diventa a quel punto di bisogno e non di cura. Significa vivere come riflesso di altro: che responsabilità enorme che diamo a volte a qualcosa o a qualcuno chiedendogli di rappresentare chi siamo!
E questa qui è la conseguenza più grave di non trovare la chiave di quella porta perché le identità professionali e sociali cambiano, le false idee di sé si svelano, e i rapporti si trasformano. Sempre.
È a noi stessi che dobbiamo dare quella responsabilità.
Tutto è soggetto al tempo, e non riuscire a scoprirsi mentre scorre perché le porte dell’interiorità restano chiuse, alla lunga diventa un problema identitario per chiunque.

Forse capite da soli che se tutto questo riguarda i giovani, c’è un grande problema per la loro crescita sana e consapevole, no?
Spostiamoci su di loro.

Stato e condizioni della crescita giovanile contemporanea

I dati (trovi degli approfondimenti a fine articolo) e ci dicono che continuano a crescere di anno in anno i numeri di disturbi d’ansia e depressivi in giovane età, i casi di isolamento sociale volontario in un fenomeno conosciuto come hikikomori, come anche i numeri di chi pensa che non ne valga più la pena. I numeri di adolescenti che decidono di lasciare questa vita terrena, è un fenomeno che esiste e che cresce, in Italia come in tutta Europa. Temi che dovrebbero essere al centro dell’informazione e della sensibilizzazione pubblica, e che sono invece temi come altri, anzi, più nascosti di altri.
I giovani sono vulnerabili, confusi, e procedono in percorsi che spesso non hanno neanche scelto loro di fare. Giudicano e sono giudicati, paragonati da sé stessi e dagli altri a un’idea di perfezione che non esiste, rimanendo spesso estranei agli stati di gioia e di soddisfazione. E visto che la crisi dell’interiorità ci riguarda tutti, fanno fatica ad immaginare il futuro perché non sono in grado di chiedersi cosa li accende.
Come fanno a trovare una strada loro se non si conoscono? Come possono trovare il proprio senso se non sanno neanche dove cercare? Se non riconoscono e accettano che sono i pregi e i difetti di ognuno il bello di essere unici, come possono apprezzarsi e dare valore a quello che fanno?
Avere a che fare con le proprie paure e con la scoperta delle proprie debolezze è una sfida che dura una vita intera, immaginiamoci quanto è difficile affrontarla nell’età in cui non hai i mezzi perchè è tutto così nuovo.
Per i ragazzi alcune fasi sono puro cambiamento e trasformazione. E se in queste fasi li lasciamo rintanarsi in spazi bui lontani dalla realtà, è normale che lo facciano.

Il rapporto tra giovani e processo tecnologico infatti oggi è un tema troppo importante.
Soffermatevi per esempio sull’immersione totale dei ragazzi nei social media e negli strumenti tecnologici. Qui il peccato non è solo nel tempo che viene tolto ai pensieri e alle azioni nel mondo reale, ma che questa divisione tra reale e digitale spesso non esiste proprio nella loro coscienza e qui nascono problematiche relazionali e cognitive mooolto importanti.
Per capire che qualcosa non va basterebbe guardarsi intorno. Basterebbe notare la loro perdita di concentrazione e predisposizione al sacrificio, capacità fondamentali per l’apprendimento in ogni ambito, che si stanno perdendo man mano che aumenta la velocità con cui entrare in contatto con scariche dopaminiche.
Oppure basterebbe ascoltare come si relazionano l’un l’altro, in rapporti caratterizzati da una comunicazione veloce e superficiale, che riflettono poi su loro stessi perchè l’intensità e la profondità con cui parliamo con gli altri, è la stessa con cui lo facciamo anche con noi. Che poi al contrario è la stessa cosa eh, se cambiamo il modo di parlare con noi, cambiamo anche il modo di parlare con gli altri.
Insomma, basterebbe guardarli i ragazzi con cui abbiamo a che fare.  Dobbiamo guardarli. Ed è un peccato quando non riusciamo a farlo perché siamo anche noi immersi in un vortice nel frattempo.
L’educatore, se decide di esserlo e non solo di farlo come lavoro, non può seguire le tendenze della società materialistica e iper-egoistica e concentrarsi solo sui ritorni personali.
Se lo fa, crea una rete di supporto fragile e controproducente, sprecando la possibilità di aiutare i ragazzi a trovare un equilibrio.
L’attenzione non dovrebbe andare su cosa fanno, ma su chi sono nel mentre.
Se l’obiettivo è fargli conoscere e riconoscere le proprie emozioni non basta fargli fare un percorso, lo devono vivere. Devono essere portati ad averne consapevolezza.
L’adolescenza è una strada che unisce il bambino all’adulto, e all’altra sponda si dovrebbe arrivare con un’identità che è forte proprio perchè autentica. Quando manca l’autenticità, nessun risultato che gli chiediamo a gran voce di ottenere può davvero rappresentare chi sono. Nessun livello raggiunto, nessun titolo di studio, nessuna posizione lavorativa, nessun risultato in campo.
È solo in loro stessi che devono trovare il senso.

Questo è lo scenario in cui crescono i nostri ragazzi. Uno scenario da cui nascono confronto sociale e fretta di arrivare, che portano a rovinare la qualità del loro sviluppo perché fanno ignorare che ognuno ha i suoi tempi.
Uno scenario generatore di troppe distrazioni, che portano a nascondere la direzione del loro sviluppo perché tolgono spazio all’introspezione.
Senza introspezione non c’è conoscenza dei cambiamenti personali e ogni percorso si valuta solo sulla base di risultati oggettivi. I risultati oggettivi vanno e vengono, e quindi ogni carriera sportiva, accademica, o lavorativa verrà così sempre considerata non abbastanza.
Tutto questo c’entra con lo sport giovanile per due ragioni.
La prima, è legata al rapporto di influenza. Non accedere allo spazio interiore infatti influenza l’approccio con cui i ragazzi vivono il loro scendere in campo e limita l’esperienza sportiva in chiave educativa.  
La seconda, è una ragione di supporto: l’attività sportiva giovanile è un mezzo chiave con cui permettere al giovane di entrare in contatto con sé stesso e lavorare sui tratti della personalità.
È per tutto questo, che va cambiata la prospettiva sullo sport giovanile e il significato che attribuiamo al successo sportivo giovanile.

 

Approfondimenti
Secondo dati OECD del 2025 (Report “Promoting good mental health in children and young adults”), i giovani convivono con problemi di salute mentale, con ansia e depressione tra i più diffusi. Nel triennio analizzato (2018-2021) la crescita di questi disturbi è stata del 20%. Inoltre, il suicidio è la seconda causa di morte nella fascia di età 15-29 anni.
Comunicato stampa CNR: “Rischio “hikikomori” tra gli adolescenti italiani: individuati i fattori determinanti”

 

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Federico Pasqualoni

Il percorso sportivo nel calcio gli ha regalato un’adolescenza di esperienze in giro per l’Italia, fatta di gioie come l’approdo al professionismo e la vittoria del campionato di serie C nel 2017/2018, e di momenti difficili come i 5 interventi chirurgici subiti alle ginocchia che hanno chiuso anticipatamente la sua carriera.

Per indossare nuove vesti si forma con una triennale in psicologia, un Master in psicologia dello sport, un Master in Business Administration negli USA e la licenza UEFA C come allenatore di giovani calciatori.

Dal fine carriera matura esperienza professionale nel mondo sportivo giovanile, prima affiancando nuclei familiari di giovani studenti-atleti italiani di varie discipline sportive a comprendere l’importanza di unire Sport e Istruzione e a cogliere le opportunità delle università statunitensi. Poi, come responsabile dello sviluppo e del benessere degli atleti in un contesto accademico. 

Nel 2024 fonda Pais per migliorare il vissuto sportivo giovanile e per massimizzare i benefici formativi della pratica nella vita extra-sportiva.