"Partiamo da qui: lo sport giovanile non tende al bene a prescindere."
QUINTA FORZA
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Tempo di lettura: 7 minuti
Pubblicato il: 22 Luglio 2026
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«Lo sport è anti-educativo!»:
risposta a un attacco trifrontale
Introduzione
Siamo un paese che ancora fatica a comprendere nel profondo l’importanza dell’attività sportiva giovanile nello sviluppo dell’individuo.
Per diversi motivi, spesso dovuti a retaggi culturali, ci sono ambienti ancora ostili a considerare lo sport come parte integrante dell’educazione della persona.
Ma si può addirittura sostenere che lo sport sia anti-educativo? Lo ha fatto Igor Sibaldi, che ha espresso la sua opinione sullo sport ospite al programma “Radio Up&Down” di Paolo Ruffini qualche giorno fa.
Le parole sono state: “lo sport è terribile, una delle cose più anti-educative che ci siano per l’adolescenza”.
E io, nonostante il rispetto per il lavoro di divulgazione e ricerca sulle importanti materia che tratta, per Pais e quindi per il tentativo di fare del bene allo sport giovanile in questo paese, ricevo l’assist per dire la mia.
L’attacco ai protagonisti è minimo da parte mia e si esaurisce in fretta: penso che la nostra società abbia bisogno dello sport giovanile più che mai, nel suo ruolo educativo e nella sua capacità di trasmettere valori positivi.
Ci si deve augurare che tutti lo vedano dalla giusta prospettiva. E dall’enorme cultura di un intellettuale ci si deve aspettare la capacità di cogliere il legame profondo tra l’essere umano e un percorso sportivo.
Perché lo sport è tra i pochi strumenti di umanizzazione ed educazione che abbiamo a disposizione. Fondamentale anche nei percorsi di crescita dei ragazzi con disabilità. E quindi, proprio per questo, mi stona ancor di più che un punto di vista che sentenzia lo sport come anti-educativo sia definito “interessante” proprio da Paolo Ruffini in questo programma.
Dicevo però che sono le idee a dover essere affrontate. E quindi questo articolo non è scritto per tirare su una polemica rivolta ai personaggi, ma per dibattere sulle idee.
Ciò che è davvero importante quindi è prendere i 3 principi per cui lo sport sarebbe definito anti-educativo, togliere dal discorso la persona che li ha presentati e provare ad affrontarli per crescere.
I 3 principi a sostegno dello sport antieducativo
- Nello sport il tuo coetaneo è un avversario a cui non devi voler bene ma che devi battere essendo aggressivo
- Nello sport non puoi correre dove ti pare ma devi ridurre l’intero orizzonte e i suoi 360° ad un orizzonte che diventa scadente perché legato al traguardo
- Nello sport devi obbedire all’arbitro senza poter protestare

Sulla posizione assunta
Partiamo da qui: lo sport giovanile non tende al bene a prescindere.
Non ho mai detto né pensato che lo sport sia educativo punto e basta, e a differenza di molti non credo che sostenerlo sia il modo più giusto con cui difendere la pratica sportiva giovanile.Il discorso è molto più complesso di così.
Diciamo che la natura dello sport non porta con sé obbligatoriamente degli insegnamenti positivi, perché come può educare al bene e trasmettere dei buoni valori, può anche essere portatore di valori negativi, di dis-valori.
Può inviare un messaggio e inviarne uno diametralmente opposto.
E’ per questo motivo che in accordo con Emanuele Isidori, “praticare e insegnare lo sport presuppone sempre una responsabilità per sé e per gli altri”. (1)
E’ vero, possono nascere domande sul significato che si deve attribuire ad ogni momento sportivo come alle ripercussioni sulla persona di ogni sua caratteristica.
Anzi, non solo possono ma devono nascere queste domande, sia nei ragazzi che soprattutto negli educatori.
Il giovane atleta assegna un significato allo sport sulla base della prospettiva e dell’approccio che adottano le figure educative gli orbitano intorno.
Ecco, dire che che lo sport non è in ogni caso educativo è giusto e costruttivo. Serve a ricordare agli educatori la loro responsabilità.
Al contrario, far passare il messaggio che lo sport in adolescenza è in ogni caso anti-educativo, è pericoloso oltre che sbagliato.

Su aggressività, cattiveria e rispetto
E’ vero, lo sport richiede di “vedere il coetaneo come un avversario da battere” (Cit. Sibaldi).
Ma se il fondamentale valore del rispetto è stato trasmesso nel modo giusto e l’atleta è consapevole che esiste la vittoria come la sconfitta, è anche in grado di riconoscere nell’avversario sè stesso.
L’educazione sportiva sana fa emergere l’empatia nei confronti di un avversario che oggi viene da te battuto, perchè domani potrà batterti. Quell’avversario su cui oggi hai vinto e con cui domani perderai.
Se l’atleta crede di non poter sentire e mostrare questa vicinanza all’avversario sconfitto, non è colpa nè sua nè tantomeno dello sport, ma degli educatori intorno che hanno fallito nel loro compito di orientamento ai valori sportivi puri.
A me in un mio giocatore inorgoglisce molto più un gesto di empatia verso l’avversario che un gesto tecnico; al mio giocatore che si dimostra umano io dico bravo. Ma c’è l’allenatore che esulta in faccia all’avversario e che vedrà positivamente il suo giocatore che farà lo stesso. Si può essere educatori in vari modi.
E sulla base di questo modo, il ragazzo adotterà un diverso comportamento, dando anche alla parola “aggressività” un significato specifico.
Perché quando l’atleta conosce e riconosce i limiti degli spazi e dei tempi di gioco, può essere aggressivo nell’esprimere la ben accetta “cattiveria” agonistica (sempre meno presente nei giovani di oggi), ma mai aggressivo nella volontà di essere cattivo per fare del male all’altro.
Su arbitro, regole, osservanza
È per tutto questo che la figura dell’arbitro è fondamentale. Le regole che è tenuto a far rispettare creano le linee all’interno delle quali esiste e si rispetta il gioco, dividendo il confronto agonistico dallo scontro personale. E si, è fondamentale che alle sue regole si obbedisca senza protestare.
Sono ciò che permettono al confronto di esistere ed essere giusto, tutelando la persona e assicurandosi che lo scontro resti agonistico. Le regole servono a comprendere il senso del patto sociale.
Agón, parola su cui tutt’oggi si basa l’agonismo, in Grecia Antica stava a indicare il luogo in cui avveniva un confronto fatto di dialogo e di discussioni. Le persone in quello spazio trovavano tutte la possibilità di esprimersi e di essere valutate nel loro agire sulla base di un principio meritocratico.
E già allora c’era da rispettare le regole del confronto per rendere quello spazio un luogo sicuro e giusto.
Oggi, lo sport è uno spazio di confronto che ritrova le radici nell’agón.
Il giovane che riconosce in primis l’uguaglianza di tutti davanti alle regole del gioco, e poi anche la possibilità per tutti di partecipare, diviene un cittadino migliore.
Il concetto di uguaglianza ha un nome ed è isonomía, quello di partecipazione è invece l’isegoría, due elementi che sin dall’antichità hanno descritto lo sport e la democrazia.
Oggi lo sport è uno spazio di confronto che diventa educativo proprio nel rispetto delle regole.
Sulla libertà di esplorazione degli orizzonti
Che meraviglioso tema e che punto di osservazione interessante della questione.
È vero, a livello psico-fisico ogni azione sportiva fa scegliere all’atleta dove orientarsi, e lo fa sulla base del traguardo che sta cercando di raggiungere. La persona avrebbe 360° di orizzonti da esplorare ma mette attenzione su ciò che gli permette di raggiungere quell’obiettivo diverso per ogni sport (porta, canestro, linea, punto, etc). Sulla base di cosa è utile per arrivare alla sua meta, la persona prende l’intero insieme di possibilità e orienta la sua scelta.
Ecco, prima di tutto io ci vedo un grandissimo risvolto educativo.
Procedere nella giusta direzione – nei vari percorsi e verso i relativi obiettivi, navigando tra le difficoltà e gli imprevisti – non è proprio la capacità che la vita richiede di saper mettere in campo?
Ma soprattutto, mentre l’atleta gioca non c’è solo un orizzonte vasto o ridotto a livello fisico ed esteriore. Non c’è solo il traguardo del goal, del canestro, o della linea da raggiungere.
C’è anche un orizzonte a livello interiore dovuto all’immersione dentro sè stessi, fatta di contatto con i propri flussi di pensiero o di gestione dei flussi emozionali, attraverso cui la corsa è infinita e multi-direzionale.
Un orizzonte interiore infinito in cui c’è totale libertà di scegliere come reagire agli eventi, di esprimersi attraverso il gesto.
(1) E. Isidori, La pedagogia dello sport, Carocci Editore, Roma, 2009, p. 30.
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